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<L’Italia dei diritti, tra corruzione, sprechi e privilegi. Ecco come abbattere la crisi>

La crisi che non ci sarebbe mai stata e che comunque non avrebbe mai colpito l’Italia e che invece sta seminando il panico nelle società occidentali portando disoccupazione e povertà sta una volta di più dimostrando l’inutilità e persino la dannosità di ognuna delle soluzioni approntate per superarla. Sono già passati quattro anni da quando la crisi si era affacciata la prima volta negli Stati Uniti, 48 mesi da quel 2008 in cui esplose la bolla speculativa nel campo immobiliare e la lunga teoria di insolvenze infettò i portafogli detenuti da quasi tutti gli istituti finanziari nel mondo, trascinando nella crisi tutte le economie occidentali che pure facevano a gara a dirsi immuni dal contagio.

Ma il contagio c’è stato e le cure non hanno portato giovamento. Prima di tutto perché la crisi è figlia di quello stesso liberismo sfrenato cui oggi è stata affidata la soluzione del problema, un modo di vedere l’economia e il mondo ancorato ai vecchi schemi dell’economia neoclassica che crede che basti lasciare il mercato libero di fare da se perché tutto vada al meglio. Un dogma che dichiara che lo Stato non possa portare altro che disordine e spreco. Quell’economia che, anziché perseguire l’equità, libera i mercati perché crede che arricchire i ceti più abbienti sia l’unico modo per affrancare dalla fame chi sta di sotto, alla base della piramide sociale.

Il prof. Monti, emerito esponente di questo modo di vedere il mondo e di questo studio dell’economia, non è stato da meno e, contando sull’ubriacatura collettiva di un popolo che da vent’anni aspettava di essere governato da qualcosa di più di un giullare, ha approntato una serie di ricette che parrebbero estratte integralmente dal programma del Tea Party repubblicano.

Ognuno dei decreti salva Italia emanati da questo governo e, quel che è peggio, ognuna delle intenzioni per il futuro pare improntato ad un rigore e una sobrietà unidirezionale, sempre e soltanto richiesti ai tartassati soliti noti e non certo anche a tutte quelle innumerevoli caste che paralizzano il paese in una palude di sprechi e inefficienze.

Così è stato per la crescita dell’aliquota IVA, così è stato per la tanto vantata riforma delle pensioni che ha fatto curiosamente dell’Italia un paese di stakanovisti dove una donna, in un paese pressoché privo di adeguati servizi per l’infanzia e dalle marcate discriminazioni sessuali, non potrà lasciare il lavoro prima dei 66 anni con 42 42 anni di contributi.

Così sarà per la riforma dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori, non trovandosi niente di meglio per risolvere il problema dei precari se ne elimina il concetto stesso precarizzando l’intero mondo del lavoro dipendente, seminando incertezza nella più larga parte della popolazione. E dire che proprio l’economia, proprio gli indici che costituiscono la fede dei nostri governanti, stanno evidenziando la dannosità di certe misure con un prodotto interno lordo ancorato allo zero in un paese che, colto di sorpresa dalla mancata crescita, si trova costretto dalla dittatura dello spread al perpetuo inseguimento di un pareggio del deficit che, come il miraggio di un oasi nel deserto,si allontana ogni volta che pare avvicinarsi.

Questo perché non si vuole mettere mano alle innumerevoli sacche di privilegio, il vero scandalo di un paese che vuole definirsi patria del diritto, privilegi che paralizzano questo paese e che costituiscono la vera zavorra del nostro debito pubblico: si fa il gesto di colpire caste insignificanti, che poi comunque vengono lasciate intatte nei loro privilegi, mentre altre ben più affamate sanguisughe vengono lasciate libere di prosperare nel lusso.

Si guardi al gigantesco costo della corruzione che la Corte dei Conti ha quantificato in 60 miliardi di euro all’anno, la metà di quanto costerebbe all’intera Europa, con il non esaltante risultato di collocare l’Italia al 69° posto nel mondo per quanto riguarda la percezione di questo fenomeno.

Un fenomeno che inevitabilmente pesa sulla spesa pubblica se è logico che l’imprenditore che paga per vedersi affidare un appalto poi si rifà gonfiando il conto da pagare a spese delle pubbliche amministrazioni. Un peso che è stato calcolato essere quantificabile nell’uno per cento del PIL dell’Unione Europea.

Impossibile non parlare poi dello spaventoso costo della politica ormai da mesi al centro del dibattito e con troppa frettolosità derubricato dai leader dei nostri partiti ad argomento demagogico da dare in pasto alle sempre più numerose e insultanti truppe di grillini.

Un costo riportato alla ribalta dalle recenti vicende della Lega ma che sarebbe un errore ricondurre alla vicenda del finanziamento pubblico ai partiti.

Infatti questo non rappresenta altro che uno degli innumerevoli rivoli di denaro che si travasano dall’erario al sistema tentacolare della politica. E non è detto che la cancellazione di questo finanziamento, già per altro votato da un referendum, possa risolvere il problema: non si finirebbe per ingrossare il fiume della corruzione che si scatenerebbe al fine di recuperare le risorse perse? Oppure, nel migliore dei casi, non si correrebbe il rischio di fare della politica un attività ad esclusivo appannaggio di un élite agiata e quindi preclusa alle masse?

Ad esempio nell’enorme sproporzione che in Italia vi è tra rappresentanti e rappresentati.

Un governo che volesse veramente mettere mano con rigore alle spese pubbliche non potrebbe non iniziare dallo scandaloso numero di politici disseminati in questo paese a tutti i livelli di rappresentanza, a partire dalle stanze romane di Camera e Senato per arrivare ai parlamentini delle municipalità in cui veramente si potrebbe servire la collettività per puro spirito di servizio e che invece rappresentano meschinamente soltanto una fonte di reddito temporanea in attesa che si realizzi il sogno di entrare in Consiglio Comunale.

Sono 145 mila circa le persone che campano direttamente di politica, dal Presidente della Repubblica all’ultimo dei consiglieri circoscrizionali.

Ma aldilà dell’enormità del numero degli onorevoli colpisce lo spreco di denaro nelle oltre 300000 tra consulenze e incarichi distribuiti con criteri clientelari, per non parlare dell’esercito di consiglieri di amministrazioni pagati per presenziare ad assemblee e coprire incarichi di società a partecipazione pubblica in gran parte delle volte inutili, quando non totalmente inattive.

Il costo della politica così delineato ammonterebbe a oltre 18 mld di euro annui e non è demagogia pensare di dimezzarlo per incanalarne le risorse nei servizi, calare le tasse e per questa via risollevare l’economia.

Come pure si potrebbe pensare di spezzare il filo che lega la politica e la Chiesa in questo paese. Un governo se non altro libero dal condizionamento delle scadenze elettorali, come rovescio della medaglia di questo deficit della democrazia, potrebbe ripensare i propri rapporti con lo Stato Vaticano che innumerevoli inchieste giornalistiche denunciano come una delle principali fonti del dissanguamento dell’erario di questo paese. Livadiotti recentemente e prima ancora Maltese, avevano enumerato la scandalosa lista dei privilegi di cui godono le tonache quantificandone il costo per l’Italia in una cifra non inferiore ai cinque miliardi annui.

Miliardi provenienti prima di tutto dall’elargizione dell’8×1000, giustificata dal pagamento dei salari ai sacerdoti ma che soltanto in minima parte finisce a questa destinazione così come in minima parte confluisce in opere di carità restando in assoluta opacità la distribuzione delle risorse rimanenti. Per non tacere poi dell’inaccettabili privilegio riguardante la tassazione dei patrimoni immobiliari, gli enti ecclesiastici in Italia sono il maggiore proprietario immobiliare, che consente ad attività in tutto e per tutto economiche di essere esentate dal pagamento dell’ICI (finché questa tassa si chiamava così) semplicemente costruendo una piccola cappella in uno sgabuzzino. In Italia esistono infatti migliaia di alberghi gestiti da religiosi che eludono le tasse sembrando edifici di culto ma in realtà approntando una concorrenza due volte sleale nei confronti degli altri operatori economici. Due volte perché per prima cosa eludono le tasse sul patrimonio e per seconda cosa contano su una manodopera, quella di suore e frati, impareggiabilmente a basso costo.

Una soluzione giusta e efficace al problema della crisi sarebbe quella di una reale battaglia all’evasione fiscale. Una battaglia che non si limitasse, come in questo periodo segnato dalle azioni farsesche e a favore di telecamera, alle operazioni imbastite in tutta Italia nelle vie dello shopping a caccia degli evasori dello scontrino.

Lavoratori autonomi e piccole imprese rappresenterebbero solo 8 dei 180 miliardi di evasione complessiva realizzati ogni anno in Italia, l’anello in ogni caso più debole di una catena che vede capofila i profitti criminali, le società di capitali e le big company.

L’azione anche nel campo dell’evasione dovrebbe distinguersi per efficienza efficacia ed equità concentrando gli sforzi dell’attività di investigazione nei confronti della grande evasione più che nei confronti di coloro che nell’evadere non ottengono altro che la mera sopravvivenza.

In definitiva per fare ripartire la macchina dell’economia occorre raccogliere risorse da riversare nei consumi, riducendo le tasse sulla persona e sul lavoro oppure, più Keynesianamente, accrescendo la spesa pubblica nella costruzione di quella rete infrastrutture di cui tanto l’Italia difetta rispetto agli altri paesi.

Ma queste risorse non possono essere gli spiccioli che cadono dalle tasche di cittadini messi a testa all’ingiù: vanno invece raccolte dal taglio degli sprechi e da una seria politica di riforma del fisco e della giustizia, che restituisca certezza della pena e di giudizio a cospetto di una macchina giudiziaria resa finalmente efficace.

Non si può certo pretendere che cittadini in balia dell’incertezza e dal potere d’acquisto ridotto ai minimi termini siano loro la molla per far ripartire i consumi, proprio loro che dal mercato dei consumi ormai sono stati cacciati.

Non si può certo pretendere che il cittadino comune lavori 42 anni quando determinate categorie accumulano più trattamenti pensionistici assommando risibili periodi di contribuzione nelle varie caste delle professioni e della politica. Assodata la non sostenibilità del sistema retributivo in un contesto sociale fortunatamente contraddistinto da un allungamento delle aspettative di vita, resta comunque la necessità, l’urgenza, di un intervento di equità anche in questo settore.

Queste e altre soluzioni potrebbero essere portate per combattere la crisi, senza voler parlare del deficit di politica unitaria che affligge l’Europa e che la rende un vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro. Ma la principale delle soluzioni è nell’abbandono del dogma liberista che sembra ammantare ognuna delle scelte di politica economica fatte fino ad oggi, abbandonare il dogma di uno Stato ridotto al minimo e che invece deve essere forte nella sua azione di controllo e regolamentazione perché e nelle more della sua debolezza che le mafie e i grandi interessi ingrassano a scapito della maggioranza.

E quand’anche questa crisi si risolvesse dobbiamo tenere a mente che essa non è un cigno nero, che le crisi ci sono e sono connaturate al modo stesso di essere dell’economia capitalista. Anche risolte tutte le storture e le inefficienze le crisi torneranno come sempre hanno fatto anche in paesi più moderni del nostro. Questo fino a quando potrebbe essere necessario rimettere in discussione, come molti studiosi già fanno, il dogma della crescita che contraddistingue la nostra epoca e che è esso stesso la causa più intima di ognuna delle crisi che abbiamo vissuto.

(26/04/2012 – Luca Improta- da Studio Cataldi.it)

 

ARTICOLO ALLEGATO: Pensioni di casta

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